TITANO TI AMO
di Paola Artoni
Giove furioso li aveva puniti con lanci di fulmini, squarciando le nubi e infuocando il cielo. Il padre degli dei aveva lasciato persino il suo regale trono in custodia alla fedele aquila per scendere su un piedistallo di nuvole, così da scagliare con precisione le sue terribili saette.
Il rombo era stato mostruoso e le architetture costruite per arrivare all'Olimpo si erano sgretolate al suolo con un terribile fragore e, con loro, erano crollati a terra i Giganti, schiacciati da quella rovina di massi. Titani li chiamavano. Colpevoli d'invidia nei confronti del potere che Giove custodiva, avevano tentato la scalata dell'Olimpo. Masso dopo masso avevano iniziato a costruire delle rupi così alte che il cielo adesso era lì, quasi lo si poteva toccare. Avevano nutrito un sogno ma non era questo il loro destino.
L'ira di Giove li aveva ora relegati per sempre nel sottosuolo, invisibili agli occhi, timore degli umani per i loro movimenti sotterranei (chiamati in seguito terremoti...).
Negli occhi sono gli straordinari affreschi manieristici di Giulio Romano: pare di vederli i Giganti della Sala che il mondo accorre a vedere nel Palazzo Te di Mantova. Ma i Titani furono davvero tutti sconfitti, destinati a un occulto destino?
Dall'isola il pensiero accompagna il fiume Mincio mentre si getta nel Po e poi segue l'Eridano alla sua foce, sino a correre giù per l'Adriatico e si appoggia, con un volo a pelo d'acqua, lungo il profilo della costa.
Arriva a Rimini e si ferma. Dicono che proprio qui vicino abbia trovato rifugio l'unico Titano che sia riuscito a sfuggire al potere di Giove. Spalle al mare, eccolo, maestoso e solenne: Titano, il monte Titano, sperone di roccia che ha accolto Marino, dalmata esperto lavoratore della pietra, fondatore della prima comunità cristiana (l' "uomo del mare" ha unito in sé la realtà acquatica della costa con il carattere della montagna).
Titano ha preso le sembianze di un monte e tra le sue cime ha offerto riparo. Rifugio, punto d'osservazione privilegiato di paesi e città - brulicanti formicai umani -, sommità prossima al cielo. Titano ora è un racconto e i narratori sono gli artisti che lo abitano.
Pastelli, olii, foto, legno, pietra sono le sillabe usate per comporre parole che esprimono un Titano tratteggiato come eco di memoria, fonte di desiderio, luogo di segni e di scambi, registrato dagli occhi e dai nomi, sperone lanciato verso il cielo che nasconde i suoi misteri e, al tempo stesso, rivela la sua realtà.
"Titano ti amo" è la dichiarazione d'amore di questi artisti, allitterazione che nel suono raccoglie sillabe d'affetto ma che non esita a usare le parole dell'amore incompreso e combattuto. Amore che si nutre del sogno e amore ritrovato dopo tanti anni...
TITANO SOGNATO
C'è chi ha cullato il sogno del passato, come Gisella Battistini che nel suo materico "Ritorno alle origini" ha affiancato ai tradizionali simboli della quercia e dell'alloro (ovvero forza e gloria), un omaggio floreale che si riconduce alle forme dei fossili, "fiori di pietra", testimonianza di un filo che unisce il passato al presente.
Ma il passato non è solo storia e ama mescolarsi ai toni della leggenda, evocati nei "Misteri del monte" di Rosolino Martelli. Nella sua sottile pittura acrilica la mitologia e le tradizioni popolari danno vita a una rappresentazione dedicata a mostri, folletti e creature fantastiche. Creature individuate nell'elaborazione fotografica firmata dal Gruppo 9963 (ovvero l'effervescente trio, tutto femminile, composto da tre sognatrici di pace come Patrizia Taddei, Thea Tini e Daniela Tonelli), testimonianza di una località affascinante quanto misteriosa: "Il passo delle streghe". Tra riti ancestrali, credenze e superstizioni, amore e morte, c'è spazio anche per un audace volo riflessivo di Marco Vincenzi che accosta le forme del Titano alla ieratica maestosità delle piramidi egizie e che, seguendo una semplificazione del segno, arriva a tracciare sul profilo del monte un filo tra le diverse civiltà, tra costruzione e corruzione (dualismo rappresentato dai cumuli di mattoni e rottami).
Titano sognato si diceva, come i mosaici di Verdiano Marzi, elaborati a Parigi con quel carattere nostalgico tipico dell'amore che si nutre a distanza di ricordi e nostalgia. Dedicati a "Le quattro stagioni" diventano parabola del ciclo vitale, allusione alla primavera (quando lo sguardo si posa sul Marecchia che s'insinua tra le vallate), all'estate dorata, all'autunno che riscopre le radici della terra, all'inverno che si ammanta di neve.
Il Titano assiste a questo inseguirsi del tempo e, come per le tessere d'un mosaico, assembla frammenti di vite umane vissute e ricordate. Allo stesso modo è quasi un Titano - paradiso quello della scultura di Marina Busignani Reffi, essenziale nella sua forma squadrata, intimistica nel segno grafico che aggiunge la familiarità di uno sguardo, come un girasole teso verso la luce.
"Il cuore della pietra", chiama la sua elaborazione e subito dopo specifica: siamo in presenza di un "paradiso effimero" e la durezza delle pietre diventa emblema del proprio impoverimento. Al tempo stesso, è indicata una via di salvezza: l'amore nutrito verso le proprie radici comunica una tensione profonda verso l'eternità. Ed è sempre la pietra, questa volta unita all'essenza del legno, a ispirare le forme scolpite da Gabriele Gambuti. La sua "Passeggiata sulla pietra" è una ricerca formale che accosta buio e luce, caldo e freddo, in una circolarità rassicurante e tendente all'infinito.
Nell'elevazione spirituale trova posto anche un Titano infuocato d'amore come quello di Sergio Del Bianco che promette "Quindici anni, e ne verranno altri". Il supporto polimaterico accoglie segni graffiti, una pioggia di fiori e un cuore che si adagia sul crinale, mentre Giovanni Giulianelli schiocca baci appassionati che si tramutano nel profilo del monte pirografato. Una dichiarazione in piena regola, organizzata come una serie di cubetti di legno, in bilico tra il gioco d'infanzia e le scatole cinesi che riservano chissà ancora quali sorprese.
TITANO RITROVATO
Eppure Titano non è soltanto un sogno: è anche Titano ritrovato nella memoria, negli affetti, nei ricordi.Trovare, o meglio ri-trovare, significa scoprire di nuovo una realtà con occhi che sono mutati al mutare delle stagioni umane e con uno sguardo che non è mai lo stesso.
Sabrina Giacomoni lavora proprio su questi filtri mnemonici ed elabora una scultura a più piani, giocata sulla trasparenza. Un primo strato coperto di pennellate d'oro introduce a un successivo strato dove si delinea il profilo del monte, evocando altri filtri, altre stratigrafie di memorie e di emozioni riportate a galla.
Sempre la memoria è il filo inseguito nell'installazione di Jean Franco Bernucci che, in una vecchia cassetta da tipografo, ha incollato specchi e frammenti di cartoline in bianco e nero. E il ricordo può bruciare: ecco il monte visto non più come icona ma con senso critico (senza mai arrivare al disprezzo).
Un sentimento che sfiora la denuncia nella pittura di Anna Malpeli, che urla il suo amore incompreso e non esita a esprimere un'anti-dichiarazione: "Titano, ora ti odio". Sono le parole di un odi et amo che sceglie la durezza per esprimere l'affetto profondo e il timore della perdita. "Cementismo", spiega il sottotitolo, e si traduce in un monte cristallizzato, grigio, dove le pietre sono spigoli vivi che tagliano l'aria. La bellezza è minacciata: l'arte passa per le corde dell'anima e denuncia proprio perché ama.
Lo scenario è, per certi versi, quello temuto e rappresentato, nei toni dell'ironia, da "Città futura" (aggiungeremmo "futurista") di Antonio Lengua. Città nella quale la montagna ha pinnacoli squadrati e un novello, coloratissimo, Nuvolari sfreccia per le sue vie.
Ecco quindi che Titano può essere ritrovato anche nei suoi valori più profondi. Leonardo Blanco lo riscopre nella sua dimensione etica: nel suo trittico la pennellata informale stabilisce una continua comunicazione tra la verticalità del monte, da lui stesso definita "a picco, impetuosa, imprevedibile" e la discesa della valle, dove l'autore individua "la culla della civiltà regolata dalla norma ethos".
Titano come simbolo del dualismo tra natura e cultura, antinomie esistenziali. Christian Ceccaroni estende una riflessione analoga e realizza un trittico a grafite su tavola dedicato a questa terra simbolo di libertà, luogo di rifugio e di pace, pur consapevole del fatto che "l'aspettativa di un luogo migliore, di un giardino dell'Eden su questa terra, resta forse solo un'utopia". Una figura alza gli occhi verso il monte e nel suo guardare c'è l'ansia e il desiderio di un mondo migliore. Gli stessi valori sono poi raccontati dallo stesso autore con una balestra sul cui dorso è incisa la sagoma del monte, arma antica, ricordo di un passato che ha difeso strenuamente la libertà e che chiede al mondo una pace duratura.
Vesna Butkovic fa un ulteriore passo nel senso dei valori e si sofferma sulla fede e sulla devozione popolare. Il suo olio dedicato a "San Marino - Isola protetta", trasforma il monte in una terra di mare, "un'isola felice delle nostre preghiere" sulla quale veglia la "Madonna della Rosa", ripresa dal dipinto di Elisabetta Sirani conservato nel Museo di Stato. Naturale prosecuzione di questa riflessione spirituale è "L'estensione del mattino, della pace, della tranquillità - nelle quattro stagioni di San Marino", un olio che Vesna dedica alla splendida vista che abbraccia questo angolo di mondo. L'omaggio è alla natura, alle stagioni, segno visibile dell'Invisibile.
Natura quindi da rispettare, accudire. Un suggerimento raccolto da Marino Macina che riscopre la bellezza e la poesia del Titano nella luce di una "Sera" di novembre. Il tramonto che avvolge il monte e l'uso soffuso dell'olio sono un invito ad accogliere con lo sguardo, ma soprattutto con l'animo, la natura che ci dà vita. Un motivo ripreso da "Squarci di sole", l'olio corposo di Roberto Piaia che regala lampi luminosi nel paesaggio esaltando la solennità del monte, e ritrovato da Boris Giovanni Pellandra nella resa de "La rupe", un olio dalle campiture piatte giocate nei toni dell'azzurro e del ghiaccio, dove il disegno tagliente delle rocce esprime tutta la forza della natura, la sua potenza e la continuità tra il passato e il futuro.